lunedì 9 novembre 2009

Il pensiero economico in "caritas in veritate"

Caritas Insieme TV su Teleticino
Trasmissione del 8 novembre 2009 con Sergio Morisoli

Il pensiero economico in Caritas In Veritate in cui diversi esponenti del mondo culturale, locale e internazionale ci aiuteranno a comprenderne la vastità e l'impatto sulla vita concreta di molti uomini. Di questa enciclica Caritas Insieme metterà in luce soprattutto l'impatto sul pensiero economico e le novità che l'approccio del magistero apportano alla struttura stessa della concezione economica globale e dei singoli stati. Questa settimana Sergio Morisoli, economista..

Da vedere su questo sito:
http://caritas-ticino.dyndns.org/forum/video/caritasinveritate10.wmv

Veda i nostri articoli del mese di ottobre scorso per leggere l'intervista di Roby Noris con Sergio Morisoli.

venerdì 16 ottobre 2009

Enciclica economica "Caritas in Veritate" - Sergio Morisoli a Teleticino

Riportiamo l'intervista fatta da Roby Noris, direttore di Caritas Ticino e promotore dellafinestra "Telecaritas" su Teleticino, a Sergio Morisoli sull'enciclica "Caristas in Veritate" di Benedetto XVI il 14 ottobre 2009.

  1. Al di là della complessità dell’enciclica Caritas in veritate, quali sono le novità che l’hanno maggiormente colpita?

In primo luogo il coraggio di riprendere il discorso sul progresso iniziato da Paolo VI oltre 40anni prima e stilare un bilancio.Punto focale su scienza-tecnologia; economia-mercato; politica-stato e multiculturalismo-globalizzazione.

In secondo luogo il rilancio del concetto di umanesimo integrale contrapposto all'atomizzazione della società, si riprendono concetti tra gli altri di Maritain e di Guardini, del laico Raimond Aron. Non è vero progresso quello in cui l'uomo progredisce materialmente ma si isola e diventa lui misura e quindi giudice di tutto.

Terzo il giudizio, fermo, severo e limpido sul progresso, ma nello stesso tempo la dolcezza nel suggerire le correzioni e l'invito a sperare perché l'uomo ce la può fare a cambiare rotta.

  1. Ci si sarebbe aspettati che la Caritas in veritate condannasse più nettamente il capitalismo, alla luce anche della crisi recente, invece l’economia di mercato viene anzi promossa, introducendo il concetto di impresa sociale. Cosa ne pensa?

L'enciclica non condanna nemmeno la scienza, la tecnologia e la globalizzazione. Le valuta e le corregge.

Prima di promuovere l'impresa di mercato o capitalista viene riconosciuto al paragrafo (21) che il "giusto profitto" non è un male anzi è il fattore per lo sviluppo economico. L'impresa che fa giusti profitti è il motore del benessere distribuito e il primo fattore di promozione sociale: crea lavoro, distribuisce salari, genera opportunità creative, scambia con altre imprese, unisce lavoratori e consumatori. L'impresa sociale da sola non esiste, non è il modello economico proposto dall'enciclica per lo sviluppo. L'impresa sociale è un valido complemento per rispondere alle esigenze che non sono mercatizzabili e va letta con le giuste aspettative: non è nè un sostituto dello stato né dell'impresa capitalista(38). In questo senso l'economista più importante vicino al pensiero della Chiesa è certamente Wilhelm Röpke con il suo concetto di ordoliberalismo (37-38).

  1. Lei ha più volte espresso la necessità di uno Stato “leggero”, promotore della società civile, organizzatore e coordinatore più che artefice. La Caritas in Veritate propone addirittura una istanza politica globale. Sono compatibili queste due tesi?

La chiesa da secoli sa che nessuna struttura di potere umana, naziona o internazionale che sia, potrà mai essere perfetta e buona al punto che la persona non dovrebbe più esserlo (57).

Del resto nell'enciclica stessa si denuncia la corruzione e gli sprechi di questi grandi organismi. Di fronte alla globalizazzione chiede invece che determinate problematiche siano discusse e decise con il massimo consenso da parte dei dirigenti politici. Attenzione: non è la statalizzazione del mondo o il "super governo".

Mi permetto di dire che i passaggi su questo tema non sono limpidi e lineari come il resto dell'enciclica. Non vi è stato sufficiente approfondimento e l'ONU potrebbe erroneamente risultare, da una lettura veloce, la soluzione miracolosa. Questo paragrafo(67) è mal esposto.

  1. La crisi economica è in un certo senso artificiale, sia perché è connessa alle operazioni della finanza derivata più che all’economia reale, sia perché il suo impatto è stato mitigato con annunci di ripresa se pure prudenti, che hanno permesso di fatto il permanere dello status quo, così che le distorsioni dei meccanismi che hanno provocato lo sfacelo del 2008 non sono state di fatto toccate. L’enciclica allora è una bella utopia o ci sono segnali reali di cambiamento culturale?

Le encicliche non sono mai utopiche, utopiche sono le ideologie. La chiesa parte dalla realtà per comporre il suo percorso ideale che non significa utopico.

Chi ha voluto indagare l'origine della crisi ha scoperto che il tutto è partito da un concetto di bontà statale bacato. Quello clintoniano di dare la casa privata a tutti anche a chi non se la poteva pagare; il fenomeno subprime è partito da li. Un concetto sbagliatissimo di socialità e di buonismo pubblico ci ha portato dove sappiamo; poi l'avidità di certi ha fatto il resto. Nonostante ciò si continuano ad invocare interventismi di questo genere a più livelli.

La finanza ha fatto male ma la politica aveva generato il mostro.

  1. Secondo lei la Svizzera come esce alla luce dell’enciclica? La libertà di impresa ad esempio è garantita o lo Stato è troppo presente?

L'enciclica non è fatta per le nazioni in senso astratto è fatta per ogni singolo uomo, per il cuore dell'uomo chiamato poi ad operare laddove è messo. La svizzera è da anni al vertice delle classifiche mondiali per la libertà economica e questo è un bene. Grazie a questo la ricchezza svizzera distribuita in beneficienza nel mondo è di una percentuale di gran lunga superiore a quella di altri paesi, di quelli del G20 ad esempio.

  1. La crisi è il momento giusto per rilanciare anche in Svizzera il timore di una crescita esponenziale della povertà. L’enciclica ribadisce che la povertà oggi non è un problema di risorse ma di istituzioni. Lei cosa ne pensa?

La vera povertà, almeno in occidente non è più primariamente materiale, ma il degrado della persona. Il bastare a sé stessi, l'isolamento, la corsa sfrenata a farcela da soli, incapacità di chiedere aiuto, questi sono i virus della povertà.

Se per istituzioni si intendono i luoghi dove si produce educazione, cultura, pensieroe diritto come la scuola, i tribunali e la politica; allora penso che l'enciclica individui davvero il punto debole.

  1. L’assistenzialismo è una delle piaghe maggiormente condannate nell’enciclica, come lesivo della dignità umana, ma in Svizzera e in ticino si ha la sensazione che la promozione delle risorse individuali sia in qualche modo caricata sulle singole persone, piuttosto che sulla promozione di una vera e propria sussidiarietà. Cosa ne pensa?

Condivido. Devo però precisare che la sussidiarietà non nasce per proclami o per leggi. Nasce quando delle persone e quindi un popolo decidono di essere attori protagonisti della loro vita e di quella degli altri, quando si accorgono che tocca a loro assumersi responsabilmente, prima di delegare allo Stato, un problema o un compito.

Ci vuole una premessa quindi: la voglia di occuparsi dei problemi laddove si è più prossimi. Ci vuole uno slancio di umanità.

  1. In un cantone ove il sindaco di una grande città si preoccupa per le perdite dovute all’inasprimento delle leggi in altri Stati o degli indulti che farebbero rientrare capitali esportati per evadere il proprio fisco, quale spazio esiste per una cultura di solidarietà internazionale che porti alla promozione delle risorse di tutti, o in altre parole, quale posto potrebbe avere il bene comune?

Occorre stare attenti con questa interpretazione: bene comune uguale solidarietà internazionale. All'ONU ad esempio si è solidali anche nella politica di antinatalità e di controllo delle nascite forzate nei paesi sottosviluppati.

In termini finanziari, se vi sono Stati che hanno fiscalità insopportabili, spesa pubblica incontrollata e sprechi statali non è corretto vedere il male solo dalla parte del cittadino che si comporta impropriamente nei confronti del fisco, magari anche verso l'avidità statale non sarebbe male indagare.

La solodarietà internazionale del Ticino, per quello che può fare, è già data dall'eccellenza nell'accogliere le persone fuggite dai loro paesi e dalla nostra politica di immigrazione.

  1. L’impresa sociale è un fatto, già sperimentato in molte realtà, ma economicamente irrilevante. In Ticino c’è posto per una simile cultura e perché mai uno dovrebbe investire in una simile impresa, se non per ragioni “umanitarie”?

Non bisgona sovvertire il giusto ordine delle cose. L'impresa sociale può esistere solo se altre imprese fanno profitto e creano un surplus di ricchezza da distribuire e finanziare le imprese sociali (46).

Detto questo è sbagliato definire sociale ciò che non fa profitto e quasi asociale ciò che invece produce profitto. Entrambe sono sociali e solo un giusto rapporto tra profit e non profit permette benessere e progresso integrale, non lo si definisce a tavolino facendo categorie in antitesi. Tutte le imprese sovietiche erano non profit ma altamente asociali.

Devo dire che vi sono da alcuni anni ottimi prodotti finanziari, fondi di microcredito, che soddisfano le due esigenze: sia quelle umanitarie per chi riceve sia quelle di rendimento per chi investe; una cosa non è contro l'altra (45).

  1. La società civile dovrebbe essere il tessuto di una nuova economia, il motore di un nuovo modo di fare impresa, ma come si può rieducare dopo 40-50 anni di economia sostanzialmente divisa fra Stato e impresa di profitto?

L'economia statalizzata ha fallito totalmente ad ogni livello. L'economia capitalista continuerà ad essere il motore del benessere economico, ma deve intraprendere dei correttivi. Non sul suo scopo e funzionamento ma su alcuni errori di deviazione genetica.

La chiesa per il tramite dei grandi filosofi scoalstici francescani e domenicani già nel XIII secolo riusciva a sdoganare e liberare il profitto da una caratterizzazione demoniaca, come pure il giusto prezzo, il commercio equo, il valore di utilità degli scambi, la carità della compra vendita ecc…. La tradizione non ha mai rinnegato questo passaggio e anzi ha continuato a perfezionarlo.

La società civile, ma preferisco dire le persone, sono ora chiamate responsabilmente a decidere come spendere la loro ricchezza il loro profitto, l'enciclica è chiara: la bontà del profitto sta nel modo con cui è prodotto e nel modo in cui è impiegato (21). Non si scappa, è la responsabilità del singolo in gioco, non concetti astratti di società, stato, impresa, capitalisti, socialisti, politica, terzi settori ecc....

  1. Nel suo libro “modernizzare lo Stato”, si trovano molti spunti che sono stati confermati anche dall’Enciclica Caritas in Veritate. Nell’ambienbte politico e istituzionale ticinese ha trovato un riscontro? Esistono segnali che vanno nella direzione da lei auspicata, trasparenza e semplificazione delle leggi, spazio alla società civile, attenzione alla promozione di realtà sussidiarie ecc.?

E' consolante per me scoprire che quanto schizzato 4 anni fa in Modernizzare lo Stato si inserisca bene in quello che è la tradizione della dottrina sociale della chiesa. Non solo con questa enciclica ma anche con quelle precedenti.

Ritengo davvero come diceva von Hayek che se liberalismo da una parte e tradizione cristiana dall'altra non riprendono a parlarsi e a trovare punti di intesa ne andrà di mezzo la sopravvivenza civile occidentale.

Il mio era e rimane unpiccolo contributo locale per tentare questo riavvicinamento, per ora l'esito è pessimo. Proseguo in quest'opera con il Circolo di cultura politica San Bernardino da Siena fondato quest'anno.

mercoledì 24 giugno 2009

Iran: Altro giornalista arrestato

Ecco un estratto dell’ultimo articolo scritto da Mohammad Ghouchani su «Etemad e Melli» prima di essere arrestato, sabato mattina, a Teheran. In Iran, fare il giornalista, ossia difendere la libertà di espressione, ti può costare tutto.

L'articolo intero può essere letto sul sito del Centro Culturale della Svizzera italiana
(... )
In questi giorni rimanere giornalisti è diventato difficile. Per alcuni questo mestiere è un punto d'arrivo e per altri uno strumento, per alcuni una fermata intermedia e per altri l'ultima casa. Ma con queste gabbie, queste censure, questi stipendi da fame, oggi, si può ancora rimanere giornalisti?

Noi della terza generazione iraniana, siamo i più consapevoli della morte, siamo i più calunniati. Siamo testimoni di persone che non possono prevedere il minuto successivo della loro vita. Sul nostro futuro non governa né ragione, né sentimento, né pietà. Nessuno conosce il proprio futuro, ma tutti possono prevedere o programmare il proprio futuro prossimo. Chiunque, tranne noi. Ogni giorno in cui andiamo in redazione non sappiamo se ci sarà un domani. E se domani fosse mercoledì? Ogni mercoledì c'è la riunione sulla stampa al ministero. E se domani fosse un lunedì o un martedì, un giovedì o un sabato, un mercoledì o una di quelle domeniche in cui i tribunali ordinano la chiusura del nostro giornale? Grazie a Dio il venerdì è festivo!

Noi addobbiamo i nostri fogli di colori sgargianti per le feste ma poi indossiamo il vestito scuro per i giornali costretti a chiudere i battenti. Non guardate le nostre risate, i nostri cuori sono in lutto. Conoscete forse un mestiere in cui per il più piccolo degli errori tutti i dipendenti vengano impiccati? O che per colpa di un solo dipendente tutti vengano licenziati? O dove per un'accusa di 10 anni prima, e dopo 10 anni di reclusione, si viene condannati ad altri 10 anni per lo stesso reato? Diventare giornalisti per la nostra generazione era stato facile, ma rimanere tali è davvero difficile. Per noi è un desiderio irraggiungibile poter invecchiare facendo questo mestiere. Magari potessimo invecchiare. Magari potessimo morire nella nostra redazione.

mercoledì 17 giugno 2009

Marx contro l'economia di Stato

Si chiama come il padre del comunismo ma si scaglia contro l’economia di Stato. Però dice che la Chiesa «è chiamata a rimuovere le strutture ingiuste della società». Parla l’arcivescovo di Monaco e Frisinga

di Vito Punzi su "Tempi"

Attento da sempre ai temi dell’economia e della giustizia sociale, Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga (già vescovo di Treviri dal 2001 al 2007), non è rimasto indifferente ai nuovi tentativi d’interpretazione de Il capitale, l’opera fondamentale di Karl Marx, e ha pubblicato l’anno scorso in Germania una poderosa riflessione che prende provocatoriamente spunto proprio dal testo chiave del suo omonimo ottocentesco per cercare nuove risposte agli effetti della globalizzazione e della drammatica crisi economico-finanziaria internazionale nel consolidato patrimonio di dottrina e presenza sociale della Chiesa cattolica. Il libro, dopo aver suscitato un vivace dibattito in patria, è recentemente uscito nella versione italiana (Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato, Rizzoli, Milano 2009, 324 pagine, 19,50 euro). Nessun tentativo “riparatore”, rispetto alla dottrina di Karl. Tantomeno ci sono tracce di “nostalgia”. E il punto viene chiarito già in apertura, dove l’arcivescovo dedica specificamente un pensiero al padre del comunismo. Della sua opera, che tocca gli argomenti centrali dell’imminente enciclica sociale di Benedetto XVI, il successore di Ratzinger sulla cattedra di Monaco ha accettato di parlare con Tempi.

Eccellenza, lei introduce il suo libro rivolgendo un pensiero al suo omonimo Karl. Cosa gli direbbe se potesse incontrarlo oggi? E cosa gli rimprovererebbe?
Non potrei certo incolparlo dei terribili crimini che Stalin e altri hanno commesso in suo nome. Tuttavia gli direi che con la sua concezione totalitaria della società era a loro molto vicino. La dittatura del proletariato, la contrapposizione tra determinate classi di uomini e altre, tutte queste idee, per me cristiano, sono intollerabili, perché io vedo l’uomo come immagine di Dio. Dovrei attribuire a Karl Marx la giusta analisi dei mali del capitalismo nel Diciannovesimo secolo, della mercificazione del lavoro e della riduzione di tutti gli ambiti della vita all’economia.

All’interno della Conferenza episcopale tedesca lei è considerato lo “specialista” delle questioni sociali. D’altra parte è difficile trovare nel suo testo elementi che lo distinguano in maniera sostanziale dalla lunga tradizione della dottrina sociale così come è nata e si è sviluppata all’interno della Chiesa cattolica (vi sono, per esempio, frequenti citazioni dagli scritti “sociali” di Giovanni Paolo II). In che senso questo suo libro è da intendersi e da leggersi come frutto dell’intera dottrina sociale della Chiesa?
Naturalmente, come Chiesa, ci riallacciamo alla grande tradizione della dottrina sociale cattolica. La missione della Chiesa è anche quella di rendere evidente il fatto che il mondo debba essere organizzato secondo diritto e giustizia, carità a misericordia. I cristiani impegnati sono chiamati a cambiare le strutture ingiuste della società. L’impegno caritatevole da solo non basta, c’è bisogno anche di consolidamento attraverso la dottrina sociale cattolica, serve dunque un lavoro applicato alle riforme politiche.

In relazione all’attuale crisi economico-finanziaria si sta diffondendo una certa volontà, o necessità, di rafforzare il potere dello Stato. Non mancano sentimenti nostalgici verso il collettivismo e il dirigismo. Come li valuta?
Rispetto a questo posso solo mettere in guardia! Il collettivismo e l’economia di Stato non sono la soluzione al nostro problema. Il disfacimento degli Stati comunisti dell’Europa centrale e orientale ha già dimostrato a quali esiti ci porterebbero. In questo momento lo Stato deve fissare nuove regole del gioco, soprattutto nell’ambito della finanza, e questo non può farlo il mercato da solo. Poi dovremmo ridistribuire molto rapidamente le competenze tra Stato ed economia. In Germania siamo stati sempre giustamente orgogliosi del nostro modello di economia sociale di mercato, fondata sulla responsabilità del singolo; contemporaneamente però essa contiene una forma di capitalismo speculativo selvaggio e primitivo, ed esige una cornice normativa per la competizione. L’economia di mercato e la competizione sono “prodotti della civiltà”, presuppongono cioè cultura e Stato di diritto.

Al di là dei modelli sociali, in gioco c’è sempre la persona, con la sua responsabilità. Si può dire in questo senso che quella attuale è innanzitutto una crisi morale? Che cosa significa “essere morali” nelle questioni che riguardano la finanza e l’economia?
Con i giudizi morali bisogna stare attenti. Solo come confessore personale posso giudicare quanto un uomo viva al cospetto di Dio, quanto qualcuno sia davvero moralmente giustificato nei suoi atti. Anche in questo caso non c’è alcuna colpa collettiva, dunque ci sono cattivi manager, cattivi imprenditori o cattivi banchieri. Ognuno deve sentirsi responsabile delle proprie azioni di fronte a Dio. Qual era la sua intenzione? Qual era la sua motivazione? Si è davvero sbagliato? Esiste tuttavia qualcosa che assomiglia a vere e proprie strutture del peccato, sistemi cioè che promuovono e premiano il male nell’uomo. Tra queste c’è un capitalismo primitivo che viene governato costitutivamente e illimitatamente dalla sfrenatezza e dalla cupidigia del singolo uomo. Esso è rivolto contro l’uomo. Quello della cupidigia è un peccato grave e non possono essere accettate le strutture che premiano il peccato.

Questa crisi ha forse qualcosa a che fare con la “scristianizzazione dell’Europa”?
Non vedo alcuna scristianizzazione dell’Europa, ma rispetto a quanto fatto nei secoli passati, al cospetto di un mondo plurale, deve essere rafforzata l’energia evangelizzatrice. In questo senso, ai sacerdoti e ai fedeli della mia diocesi ricordo le parole del cardinale Jean-Marie Lustiger: il cristianesimo in Europa si nasconde ancora nelle scarpe dei bambini. Ci attende una grande epoca! L’Europa continua ad essere plasmata dal cristianesimo. Noi tutti però siamo chiamati a sostenere con maggior vigore la nostra testimonianza e a portare in dote la nostra immagine cristiana dell’uomo nella società, nell’economia e nella politica.

Nel suo libro il tema della disoccupazione, che è l’aspetto più drammatico dell’attuale crisi, viene affrontato in relazione al problema della giustizia. In che senso la disoccupazione è un tema che ha a che fare con la giustizia?
Chi lavora contribuisce alla configurazione della società. Il lavoro in questo senso è un diritto dell’uomo. Ogni uomo deve avere l’opportunità di contribuire alla costruzione della società. «Nessuno è superfluo», dice Benedetto XVI. Non si tratta solo di soddisfare i bisogni esistenziali fondamentali, ma anche di porre il problema del lavoro e della disoccupazione nella prospettiva del riconoscimento, dell’apprezzamento e dell’autorealizzazione, così come è stato mirabilmente descritto da Giovanni Paolo II nella Laborem exercens.

Lei dice di sentire quanto mai urgente, per la Chiesa e per l’uomo, una messa a fuoco della questione sociale oggi, alla luce della crisi, ma anche delle dimensioni globali dell’economia. Secondo lei come occorre reimpostare la questione sociale alla luce dei problemi della globalizzazione?
Temo che la crisi economica e finanziaria possa contribuire ad approfondire le divisioni sociali nel nostro mondo. Sono preoccupato del fatto che probabilmente, quando la crisi avrà prodotto fino in fondo i propri effetti, nei paesi poveri aumenterà il numero degli uomini in condizioni di indigenza, vittime della fame. La bruciante questione sociale dei nostri giorni riguarda più che mai il modo in cui realizziamo una cornice normativa mondiale per l’economia che sia tale da rendere possibile una equanime compartecipazione di ogni uomo.

Eccellenza, sul piano internazionale l’auspicio che emerge dal suo libro è che in un prossimo futuro si produca una crescita ulteriore dell’organizzazione del commercio internazionale, o dello stesso Fondo Monetario, «fino ad arrivare a un affidabile ordinamento economico mondiale». Come se lo immagina un nuovo ordinamento solidale del mondo?
Noi in quanto uomini non possiamo creare un mondo ideale. Possiamo, però, impegnare tutte le nostre forze affinché vengano rimosse le strutture ingiuste. Nutrimento, salute, educazione. Si tratta, semplicemente, di offrire ai poveri e agli svantaggiati di questo mondo la possibilità di avere davvero una chance. E saranno senz’altro possibili progressi in questo senso se coglieremo questa crisi come opportunità per cambiare il nostro modo di pensare.

martedì 2 giugno 2009

Il Sole 24Ore

Il sonno della ragione genera crisi

di Angelo Scola





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27 MAGGIO 2009

Si è giunti all'emergenza finanziaria di oggi dopo un lungo periodo di "sonno della ragione" nel quale, pressati dall'obiettivo immediato di perseguire risultati finanziari a breve, si sono trascurate le dimensioni proprie della finanza; si è dimenticata la sua vera natura, che consiste nell'indirizzare l'impiego delle risorse risparmiate là dove esse favoriscono l'economia reale, il bene-essere, lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini. Entrambe le facce dell'attuale crisi, l'emergenza che si è originata nei mercati sviluppati e la cronica inadeguatezza delle risorse destinate a sostenere lo sviluppo reale, sollevano un'ineludibile questione morale. Per non fare del moralismo, che tipicamente prende di mira i comportamenti altrui ma tende ad autoassolvere chi lo predica, basta ricordarci con onestà che la crisi attuale si è manifestata dopo un decennio caratterizzato dal fiorire di discorsi sull'etica degli affari e della finanza e della pratica adozione di codici etici.

Questo ci dice che la dimensione etica dell'economia e della finanza non è qualcosa di accessorio e di formale, ma di essenziale. Essa nasce dall'interno di questi stessi ambiti. L'etica infatti esprime sempre un'antropologia e una cultura. In altri termini, per regolare un ambito specifico della società bisogna mettere in campo la domanda sull'uomo e sul suo essere in relazione. In un intervento "a braccio" di alcune settimane fa, il Santo Padre individuava nell'avarizia idolatra l'errore di fondo che ha portato alla crisi. Faceva riferimento all'esperienza della fragilità umana per cui la ragione è "oscurata" e la volontà "curvata" dal proprio interesse egoistico, così che non si vedono i pericoli del percorso che si sta seguendo e, nel momento della crisi, non si sa trovare la strada per uscirne.
La crisi ha dunque precise radici antropologico-culturali.
Che cosa aspettarsi dal G-8 dunque? Il recente rapporto elaborato dall'Ufficio internazionale del lavoro (Ilo) «The financial and economic crisis: a decent work response» fornisce alcuni dati impressionanti sulla disoccupazione. Tra i disoccupati, molti appartengono ai gruppi sociali più deboli (lavoratori migranti, donne, lavoratori non specializzati, giovani in cerca di prima occupazione) che spesso non hanno accesso ad alcuna forma di protezione sociale. Senza sicurezza sociale, perdere il lavoro significa per queste persone scivolare sotto la soglia della povertà: si stima che tra il 40 e il 50% della popolazione mondiale non riuscirà, nel 2009, a superare la linea dei due dollari al giorno pro-capite.
Ripartire dalla "priorità del lavoro" e del soggetto del lavoro, per usare un'espressione tipica della dottrina sociale della Chiesa, offre una prospettiva praticabile per il rilancio dello sviluppo. A questo proposito, lo slogan "People First" non deve rimanere un messaggio formale. Deve invece sintetizzare la disponibilità dei paesi del G-8 a elaborare politiche che riconoscano la priorità della società rispetto allo "Stato" e al "mercato" astrattamente intesi, valorizzando la soggettività personale e comunitaria.
Persone e comunità sono infatti portatrici di bisogni, ma anche di risorse concrete, individuali e comunitarie (là dove, come in Francia, si è sviluppata una più adeguata politica familiare la caduta del Pil è stata più contenuta). Esse sono, più precisamente, portatrici delle risorse che tutti dicono strategiche. Si potrebbe parlare di capitale umano e sociale, ma preferisco chiarire che si tratta della capacità unica dell'essere umano di "dare un nome" alle cose e di continuare il lavoro della creazione. La dottrina sociale della Chiesa usa l'espressione "lavoro" (e non capitale!) per esprimere questa capacità e questa vocazione uniche.
Dunque, il lavoro e soprattutto il soggetto del lavoro continuano realmente a essere la "chiave della questione sociale". Tutti constatano che lo sono in negativo, perché la crisi finanziaria ha cancellato molti posti di lavoro e non cessa di metterli in pericolo; ma lo sono anzitutto in positivo, perché il lavoro e il soggetto del lavoro esprimono l'essere dell'uomo "per" e "con" gli altri, che solo può realizzare un'uscita sostenibile dall'insicurezza e dalla povertà.
Forse pochi sono disposti a credere che, anche nelle circostanza faticose del presente, la questione cruciale sia il significato del lavoro per la singola persona. In particolare il fatto che il lavoro sia "per" e "con" gli altri. Ce lo dimostra, sia pure in negativo, la crisi finanziaria. Si è "prestato" e "preso a prestito" dentro un quadro di transazioni anonime, percepite come temporanee, confidando nel mercato come via di fuga; si facevano i propri affari "in libertà", cioè in assenza di legami stabili. Bene, ora abbiamo la prova provata che la "libertà" di comprare e vendere rischi finanziari su mercati anonimi, senza legami, è stata davvero fatale: non avendo scelto di chi fidarsi, ci si è trovati in balìa di un meccanismo collettivo intrinsecamente instabile.


Per uscire dalla crisi, dunque, abbiamo bisogno di ricostruire legami, "reali" e finanziari; di mobilitare l'energia e il dinamismo del lavoro umano. Abbiamo bisogno di lavoro e finanza "creativi", ma nel senso buono del termine: che guardino al futuro, che si esprimano in patti tendenzialmente durevoli, capaci di resistere all'incertezza del domani, che sappiano intravedere occasioni, che realmente generino ricchezza e benessere.
In questo quotidiano lavoro dei soggetti personali e comunitari, il G-8, i governi e le istituzioni internazionali possono fornire un importante appoggio: con interventi di sostegno temporaneo che restituiscano alle persone la possibilità di ripartire; e con riforme sociali che non siano nemiche della libertà, ma concorrano a favorire la costruzione dal basso di legami "buoni" e "giusti". Nella costruzione di rinnovati e forti legami e nella loro progressiva istituzionalizzazione (imprese, Stato, mercato) ogni realizzazione sarà necessariamente provvisoria. Per questa ragione, occorre dare una decisiva importanza al lavoro educativo: per progredire, per innovare è necessario educare; non ci sarà innovazione se l'educazione non sarà rimessa al centro delle preoccupazioni delle persone, delle famiglie, dei corpi intermedi, di tutta la società civile, quindi dello Stato stesso e di tutte le istituzioni sovranazionali.
Nessuna strategia, infatti, potrà mai bastare da sola a generare una soluzione radicale e definitiva ai problemi della crisi. Ma nessuno - in particolare i governi dei grandi paesi - si dovrà tirare indietro rispetto al lavoro di individuare soluzioni almeno provvisorie. Perché è indispensabile investire subito risorse adeguate per favorire un circolo virtuoso tra innovazione, cultura ed educazione.

L'autore è Patriarca di Venezia



Cardinale Carlo Caffarra: La crisi etica in occidente


La crisi dell'etica in Occidente
Roma, Palazzo Colonna, 26 maggio 2009


Un acuto studioso di etica, R. Poole, ha scritto: "Il mondo moderno non fornisce buone ragioni per credere nei suoi propri principi e valori […]. La modernità ha costruito una concezione della conoscenza che esclude la possibilità di conoscenza morale […]. Date le concezioni dell’agente umano e delle ragioni prevalenti nel mondo moderno, un individuo razionale respingerà le richieste della moralità" [cit. da S. Abbà, Quale impostazione per la filosofia morale?, LAS, Roma 1996. p. 265].

La condizione dell’etica in Occidente è qui fotografata correttamente. Possiamo rassegnarci a questa situazione? Possiamo fare senza etica? Non possiamo rispondere a queste domande se prima non abbiamo risposto alle seguenti domande: di che cosa parliamo, quando parliamo di etica? La mia riflessione inizia dalla risposta a questa domanda.

1. Certamente parliamo dell’agire umano, di ciò che dipende dall’esercizio della propria libertà: le nostre scelte. È di questo che noi parliamo quando parliamo di etica. Poiché la scelta per sua stessa natura presuppone ed implica un giudizio in base al quale la scelta è di A piuttosto che di B, non possiamo non porci la domanda in base a quali criteri il giustizio di scelta è compiuto.

Queste elementari osservazioni bastano alla formulazione di una domanda di fondo circa la libertà e la sua capacità di scelta: esistono criteri di giudizio, e quindi ragioni per compiere la scelta di A e non di B, validi non solo per chi sta scegliendo ma per ogni persona ragionevole? Non sarà inutile prima di dare risposta a questa domanda, dire quali proprietà dovrebbero avere queste "ragioni per agire", se esistono. Mi sembra che siano almeno cinque.

(1) Sono ragioni che valgono prima di ogni interesse, desiderio, preferenza: valgono per se stesse. (2)Sono ragioni che valgono non perché e non in quanto progettano corsi di azione ritenute capaci di soddisfare i propri desideri. (3) Sono ragioni che devono essere condivise da ogni persona ragionevole: proprie di ciascuno e di tutti. (4) Sono ragioni che possono chiedere di regolare i propri interessi, desideri, preferenze anche rinunciandovi. (5) Sono ragioni che esigono un rispetto incondizionato da parte della libertà, non ammettendo di essere mai violate adducendo come motivo della violazione il proprio interesse, il proprio desiderio, le proprie preferenze o quelle del gruppo sociale cui si appartiene.

L’ipotesi dell’esistenza di tali ragioni ci aiuta comunque ad avere un’intelligenza più profonda dell’homo agens, della persona che agisce.

È un fatto immediato dell’esperienza che ciascuno ha di se stesso quando agisce, l’essere inclinato verso uno scopo da raggiungere colla sua scelta. Chi agisce cioè, agisce sempre per un fine. La forza motiva di ciò che spinge ad agire è che esso, il fine, è ritenuto capace di soddisfare i nostri "desideri". Ogni fine propostoci ha sempre carattere di bene: è capace di [è ritenuto capace di] rispondere al nostro desiderio e di acquietare il nostro movimento od inclinazione.

Tenendo conto di questi dati elementari, dobbiamo chiederci: la logica, il logos intimo delle inclinazioni dell’uomo [e.g. l’inclinazione sessuale; l’inclinazione a vivere in società], è un egoismo radicale? Le inclinazioni sono orientate esclusivamente alla soddisfazione del proprio bene individuale? Hanno in sé solo una logica utilitaristica? Oppure abita dentro alle naturali inclinazioni umane una vocazione ad essere regolate da una ragionevolezza che vi introduca una forma di bontà che non coincide coll’utilità propria? In breve: esistono solo "beni per me" oppure esistono "beni in sé e per sé"?

La nostra riflessione, pur partendo da dati elementari, è arrivata ormai al nodo delle questioni. Esso può essere mostrato in due modi fondamentali. Primo modo: la ragione è solo strumentale, è semplicemente la facoltà che ci è data per progettare e realizzare risposte soddisfacenti ai bisogni dell’individuo oppure è anche la facoltà che è capace di scoprire e proporre corsi di azione che realizzano l’uomo in quanto uomo, corsi di azioni che liberano l’uomo dal proprio "particulare" e lo elevano ad un ordine eterno e dotato di una sua propria bellezza? Secondo modo: esistono solo beni [oggi si preferisce dire: valori] dei singoli individui o esistono anche beni che sono comuni, propri cioè di ogni persona e di tutte le persone?

Le due formulazioni sono in fondo il concavo ed il convesso della stessa figura.

È di questo che noi parliamo quando oggi parliamo di etica. Parliamo cioè di che cosa è il bene dell’uomo. Più precisamente parliamo della misura della nostra ragione; di che cosa in realtà significa vivere ragionevolmente. In una parola parliamo dell’uomo alla ricerca di se stesso, e del suo vero bene.

2. A me è stato chiesto tuttavia di riflettere sulla crisi dell’etica. Si intende della riflessione etica.

Devo dire prima cosa intendo per "crisi". La riflessione etica può trovarsi di fronte a domande difficili ed inedite, e in gravi difficoltà nel trovare una risposta. E può trovarsi in condizioni di conflitto di risposte alle stesse domande.

Questa situazione però può darsi in due contesti radicalmente diversi. Il conflitto delle risposte si dà all’interno dell’accettazione degli stessi presupposti meta-etici, e si configura come discordia argomentativa. Oppure il conflitto si dà all’interno di contrari presupposti meta-etici, e si configura comeconflitto fra le premesse dell’argomentazione come tale. Se si passa dalla prima situazione alla seconda, ci si trova in quella che io chiamo la crisi della riflessione etica. La mia tesi è che questa è la condizione in cui versa oggi la riflessione etica in Occidente. Il sintomo più grave è la fatica, oserei dire l’incapacità dell’Occidente di elaborare un’etica pubblica. Ma procediamo con ordine.

Siamo in un conflitto di presupposti, o il che coincide . il conflitto è a livello di fondamenti. In che senso? La riflessione svolta nel primo punto ci ha dato tutti gli strumenti per costruire la risposta a questa domanda.

La crisi, nel senso suddetto, riguarda il concetto di ragione, di libertà, e quindi del rapporto fra verità e libertà. Alla fine, riguarda la visione dell’uomo: è un conflitto di antropologie.

Riguarda la ragione. Più precisamente la ragione pratica. Essa si è autolimitata ad esercitarsi solo come "serva degli interessi dell’individuo", dei desideri dell’individuo. Questo è quanto afferma uno dei padri della modernità: "Noi non andiamo mai di un passo oltre se stessi" [D. Hume, Opere filosofiche I, Trattato della natura umana, Laterza, Bari – Roma 2002, pag. 80]. La riduzione della ragione pratica a ragione utilitaria ha cambiato tutto. Tutto il discorso etico, pur continuando a svolgersi ed articolandosi usando lo stesso vocabolario [libertà, bene, male, coscienza,legge morale], ha cambiato totalmente senso. Sono gli stessi segni sul rigo musicale, ma è cambiata la chiave di lettura: la musica è un’altra.

È l’etica dell’autonomia radicale, intesa come mera affermazione del proprio desiderio, dal quale è assente qualsiasi ragionevolezza che rimandi ad un "passo oltre se stesso".

Riguarda la libertà. Viene affermato il primato assoluto della libertà; la libertà è un primum che trova in se stessa e per se stessa il suo senso. Che possa esistere un bene in sé e per sé a cui la persona è naturalmente inclinata ed orientata, che la scelta libera può accogliere o rifiutare, è negato. La libertà nel suo fondo è pura indifferenza, è pura neutralità.

La conseguenza è che il bene non può assumere il volto che del legale: bonum quia jussum; il male non può presentarsi che col volto del proibito: malum quia prohibitum. E non c’è motivo intrinseco alla libertà di fare il primo ed evitare il secondo. Non esiste un problema di verità/falsità circa la progettazione che la persona fa di se stessa colla propria libertà. Un discorso di etica quindi che voglia esibirsi come discorso universalmente valido, è impossibile; e opposto all’affermazione della libertà. Sono possibili solo tante autobiografie etiche quante sono le persone, stranieri morali le une alle altre.

Vedremo come questo discorso vada ripreso in termini sociali, in termini di etica pubblica.

E siamo alla questione decisiva per cogliere la crisi dell’etica: il rapporto verità-libertà. Partiamo ancora dalla constatazione di ciò che accade in noi quando compiamo una scelta, quando prendiamo una decisione.

La scelta e la decisione non è determinata dall’oggetto scelto, dalla figura dell’azione che ho progettato di fare. La libertà è dipendenza da sé; la libertà è essere determinati da sé: è auto-determinazione. Ma perché questo sia possibile, perché sia semplicemente possibile scegliere e decidere liberamente è necessario che la persona dia un giudizio circa l’oggetto da scegliere, la decisione da prendere. È in forza di questo giudizio sul valore o bontà dell’oggetto, che la volontà non è mossa dall’oggetto stesso, e che la persona muove se stessa. Il riferimento al vero, conosciuto mediante il giudizio, appartiene all’essenza stessa del volere libero.

È in questa luce che si rivela la vera natura del male morale. Esso è il male proprio della libertà, così come l’errore è il male proprio della ragione. E consiste precisamente nel fatto che la libertà nega colla sua scelta ciò che la ragione ha affermato col suo giudizio.

Ma se neghiamo che esista una verità circa il bene [le ragioni di cui parlavo dalle cinque caratteristiche] ed affermiamo che il bene/male è costituito in intima analisi dalla decisione della libertà [qui è secondario, se del singolo o del consenso sociale]; se la scelta e la decisione non contenessero in se stesse il "momento della verità", e non si realizzasse radicandosi nel riferimento alla verità cioè ad un ordine oggettivo dell’essere, la morale nel comune sentire del temine sarebbe semplicemente impensabile. Si continua magari ancora a parlare di morale, ma si parla in realtà di altro totalmente. È la condizione attuale.

"In poche parole: la contrapposizione tra il bene ed il male, così essenziale alla morale, presuppone il fatto che il volere qualunque oggetto nell’azione umana si realizza in base alla verità sul bene che questi oggetti costituiscono" [K. Wojtyla, Persona e atto, Rusconi Libri, Milano 1999, pag. 339].

Se così non fosse l’uomo sarebbe semplicemente un inutile esperimento, e la sua vita, come dice il poeta, una favola senza senso narrata da un idiota.

3. Vorrei ora riflettere un poco su quello che ritengo essere il sintomo più grave, più drammatico della crisi della morale in Occidente: la crescente difficoltà che le società occidentali provano nell’elaborare un’etica pubblica. Intendo per etica pubblica l’insieme delle regole tolte le quali la vita associata non è più possibile. L’etica pubblica non coincide semplicemente con l’etica tout court: il reato è distinto dal peccato.

Passiamo alla domanda fondamentale se il consenso ottenuto mediante l’uso pubblico della ragione pratica, mediante cioè il confronto libero ed aperto a tutti a pari condizioni, sia la fons essendi sufficiente dell’etica pubblica. Se è possibile proporre un’etica pubblica basata esclusivamente sul consenso.

Parto da un testo di Leopardi.

"Se l’idea del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo morale non esiste o non nasce per sé, nell’intelletto degli uomini, niuna legge di niun legislatore può far che un’azione o un’omissione sia giusta né ingiusta, buona né cattiva. Perocchè non vi può esser niuna ragione per la quale sia giusto né ingiusto, buono né cattivo, l’ubbedire a qualsivoglia legge, e niun principio vi può avere sul quale si fondi il diritto che alcuno abbia di comandare a chi che sia" [Zibaldone 3349-3350].

Il testo leopardiano pone la domanda di fondo: esiste qualcosa di ingiusto in sé e per sé e che non potrà mai essere giustificato da nessuna procedura pubblica legittima? In altre parole: esiste una verità circa il bene dell’uomo indipendentemente dai risultati dell’argomentazione, discussione e deliberazione pubblica?

Nel momento in cui affermo che la procedura democratica è l’unica fons essendi della legittimità della norma, delle due l’una. O penso questa procedura come scontro di interessi opposti la cui unica soluzione è l’imposizione del più forte o penso questa procedura come il modo degno dell’uomo per trovare quella soluzione in cui possa riconoscersi la ragionevolezza di ognuno. Nel primo caso nego semplicemente che esista un’uguaglianza di dignità fra gli uomini e la norma è sempre e solo il dominio di uno sull’altro. Nel secondo caso è presupposta ed affermata e la uguale dignità di ogni persona e il possesso da parte di ciascuno della stessa ragionevolezza o natura ragionevole. Questa è l’idea tommasiana di legge e diritto naturale.

Soltanto la costruzione di un consenso che sia orientato alla ricerca della verità circa il bene, costituisce una autorità che non è dominio dell’uomo sull’uomo.

Anche J. Habermas è stato costretto a giungere a queste conclusioni, affermando che la legittimazione di una carta costituzionale da parte del popolo non può limitarsi al computo aritmetico di maggioranze-minoranze. Essa deve fondarsi su una argomentazione ragionevole "dotata di sensibilità alla verità".

Sempre Habermas nella sua opera Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale [Einaudi (originale 2001), Torino 2002] esclude che questioni di genetica umana possono essere risolte con procedure democratiche.

La radice della disgregazione sociale cui assistiamo è una sorta di censura nei confronti di ogni istanza che tenga viva la "sensibilità alla verità". Si pensi al trattamento che riceve il Magistero morale della Chiesa. L’educazione ad un uso completo della ragione è una delle sfide più urgenti per il futuro.

Il progetto di costruire un ordinamento giuridico, e quindi un ethos pubblico, senza verità, mette sulle spalle della legge un peso che non è capace di portare. È il peso di creare una comunità umana, di produrre un’identità. I romani non dicevano ubi jus ibi societas, ma ubi societas ibi jus.

Poiché questa è una progettazione impossibile, essa apre il fianco a due rischi gravissimi. O rendere la legge stessa veicolo di valori imposti: è il rischio del fondamentalismo clericale. O "privatizzare" giuridicamente ogni contenuto del vissuto umano: è il rischio del laicismo escludente.

Si pensa che la categoria dei diritti fondamentali dell’uomo possa fungere da tessuto connettivo del sociale umano.

Tuttavia, negata che esista una verità circa il bene dell’uomo o – il che coincide – che esista una natura umana ragionevole, i diritti fondamentali dell’uomo rischiano di essere pensati e praticati come ciò che il singolo individuo preferisce per sé, et de gustibus non est disputandum.

Ciò ha una conseguenza devastante sull’idea di legge civile e sul compito del legislatore. La nuova idea è che lo Stato e la legge non devono vietare ciò che l’individuo preferisce. E con ciò la coesione sociale è insidiata alla sua origine stessa. La soluzione del problema non è il ricorso al principio "se tu non vuoi, perché io non posso?", col varo cioè di leggi, né impositive né coercitive, ma permissive. Il non volere colmare la lacuna etica, censurare la questione della verità in nome di una supposta tolleranza, sta portando alla disgregazione le nostre società occidentali. L’aver sostituito la ragione pratica colla ragione comunicativa ha incamminato tutto il discorso etico pubblico su una via che non ha uscita.

In conclusione. Non si può seriamente costruire una etica pubblica se si nega che esista una verità circa il bene universalmente valida. Ma è questa negazione oggi ad essere sostenuta, portando il sociale umano ad una lacerazione non sostenibile.

4. Voglio concludere con un pensiero di Eraclito il quale afferma "che per coloro che sono svegli esiste un mondo unico e comune, e che invece ciascuno di coloro che dormono torna nel proprio mondo" [I presocratici, Bompiani, Milano 2006, pag. 326, 89].

È proprio questo che D. Hume ha negato: che l’uomo possa uscire dal proprio mondo, fare uno step beyond ourselves. Chi si è svegliato dal sonno della ragione, gode di una luce che è la stessa per ogni uomo, e che fa vedere il bene come ciò che è comune a tutti. È questa luce che pone il fondamento della comunità umana.



giovedì 12 febbraio 2009

Antonio Martino: il Vaclav Klaus che non vi hanno raccontato

Vaclav K. il tipo di uomo di Stato che i benpensanti amano criticare



di Antonio Martino


Nel 1988 si tenne a Vienna un incontro fra economisti dell’Europa orientale e dell’Occidente. I lavori si tenevano in un albergo vecchiotto e ricco di fascino ed ebbero inizio alle 9. Alle undici uno dei partecipanti si alzò e, indignato, esclamò: “siamo qui da appena due ore e Karl Marx è già stato nominato tre volte! Nel mio paese nessuno ne parla, mai”. Approfittando della pausa caffè, mi avvicinai e iniziammo a conversare; scoprii che conosceva benissimo il pensiero dei grandi liberali del XX secolo: Hayek, Friedman, Stigler.Gli chiesi come facesse a sapere quelle cose, in Cecoslovacchia questi autori erano probabilmente al bando. Rispose che non li aveva scoperti a Praga, ma a Napoli dove aveva trascorso un periodo di studio. Gli feci presente che non mi risultava che a Napoli ci fossero economisti liberali; “può darsi, rispose, ma ci sono biblioteche”.



In questi vent’anni ci siamo incontrati innumerevoli volte e credo di conoscerlo abbastanza.Non dimenticherò mai il suo racconto della serata che concluse la “rivoluzione di velluto”: “nostro figlio tornò molto tardi e noi lo aspettavamo in ansia. Quando finalmente rientrò ci disse: noi abbiamo fatto la nostra parte, ora tocca a voi!” Come ministro delle finanze e poi come primo ministro, Klaus ha fatto di tutto per far passare l’economia ceca dal comunismo alla libertà di mercato. Il suo coraggioso piano di privatizzazioni fondato sulla distribuzione di voucher cui corrispondeva una quota parte della proprietà delle aziende di Stato, anche se non ha avuto tutto il successo che meritava per via dell’opposizione della vecchia nomenclatura, non è stato nemmeno il clamoroso fallimento previsto dagli statalisti ed ha avviato la repubblica ceca verso un’economia più libera.



Parlo di lui perché il fatto che la repubblica Ceca sia presidente di turno della UE fa di Klaus il successore di Sarkozy alla presidenza europea e la cosa ha terrorizzato i benpensanti e gli euro-entusiasti. Il logoro anatema - “euroscetticismo” - è stato spolverato e adoperato a tutto spiano. Si tratta di un’accusa che non contempla appello, il destinatario è condannato in via definitiva. Essendone stato colpito anch’io so benissimo che è perfettamente inutile tentare di difendersi, specie se non si ha nulla da farsi perdonare. Un accusato di stupro, di omicidio, di rapina, ha la possibilità di esporre le sue ragioni e difendersi davanti ad un tribunale; tutto ciò è precluso a chi è accusato di euroscetticismo.



Vaclav è il tipo di uomo di Stato che i benpensanti amano criticare, offrendo di lui una grottesca caricatura a tinte fosche. D’altro canto, dato che il presidente ceco ha il coraggio di dire ciò che pensa, questo offre ai suoi critici la possibilità di raccontare storielle sul suo conto. Tanto per fare un esempio, dopo il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, nessuno aveva più l’impudenza di invocare un ritorno al comunismo; d’altro canto, gli ex-comunisti non erano diventati di colpo liberali; divenne così di moda, più di quanto fosse in passato, la “terza via” – una sorta di via di mezzo fra il comunismo sovietico ed il capitalismo “selvaggio”. Klaus liquidò sbrigativamente l’idea affermando che la terza via conduce immancabilmente al sottosviluppo. Com’è ovvio ciò non gli ha conquistato le simpatie degli ex-comunisti.



Quando sento alcuni leader europei, cui la storia non ha inflitto la terribile esperienza di vivere in una dittatura comunista, parlare con tanta superficialità della libertà come principio di organizzazione sociale e motore di progresso economico e civile, vedo la presenza di Klaus alla guida dell’UE con soddisfazione. Essere rappresentati da chi quegli orrori ha conosciuto è rassicurante, non sarà certamente lui per compiacere i benpensanti a mettere a repentaglio le libertà di cui ancora godiamo.

Con quale autorità?

«C’è chi dice che la vita è una malattia trasmessa per via sessuale, mortale al cento per cento. È questo che si è voluto affermare uccidendo Eluana Englaro?». Per il leader laico di Cl Giancarlo Cesana «negare la carità è negare la libertà di amare»

di Luigi Amicone, su "Tempi"

È proprio vero che Dio scrive dritto sulle righe storte. Shit happens. È la vita. Le cose brutte accadono. Per esempio, è accaduta per Eluana Englaro l’esecuzione di una sentenza di condanna a morte per fame e per sete. Nella sue ultime ore abbiamo seguito gli aggiornamenti della notizia scorrendo i siti internet. O buttando occhiate di sgomento su giornali e televisioni. Ma cosa accade quando accade qualcosa di vero anche dentro un’immensa menzogna?

Secondo chi l’ha fatta morire, Eluana era morta da diciassette anni. Eppure Eluana aveva la tosse. È stato come il sorgere improvviso di una bella giornata di sole. Come la petizione popolare che Roberto Formigoni e gli altri hanno lanciato al presidente Giorgio Napolitano sabato scorso. E già domenica la redazione di Tempi è stata investita da migliaia e migliaia di firme via fax raccolte da gente comune, gente che ha visto per caso questa cosa nel nostro sito, e che l’ha segnalata al vicino di casa o l’ha messa su un bancone di bar o l’ha portata alla Messa domenicale.

Non c’è niente da fare, e ciò è la consolazione e la speranza del vivere, anche del vivere in galera o inchiodati a un letto: un’esperienza di verità spegne come il fuoco nell’acqua qualsiasi cosa nello spettro che va dalla pura ricerca alla pura menzogna. È come il ribellarsi autentico dell’animo umano davanti a una disumanità così conclamata e imposta da una folle e ideologica interpretazione della Costituzione italiana, avvalorata dai massimi vertici dello Stato. È l’imprevedibile, imprevisto, grande moto di umanità che si è opposto con la preghiera, la parola, la testimonianza, la lettera, la pietà e la carità popolare al vuoto di pietà, carità, misericordia del potere scettrato. È come la politica autentica. Poiché, come andiamo dicendo da quando siamo nati, la prima politica è vivere. La politica con la P maiuscola: da quell’eroe che è stato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, a quel gigante che si è dimostrato Silvio Berlusconi e, a seguire, tutto il governo (e caro zio Giulio Andreotti che ti sei unito ai corifei della buona morte, questa volta hai proprio peccato), che contro ogni aspettativa hanno sostenuto fino in fondo la buona battaglia della verità della vita. O, finalmente, accade Enzo Jannacci, l’ateo malinconico, giocoso, poeta, che se ne esce bel bello da sotto i kilt del Corriere della Sera ed è subito aurora: «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».


Giancarlo Cesana, ti do del tu, siamo amici da trentacinque anni. Ti aspettavi una storia del genere? Dopo tutto non sono passati neanche quattro anni dalla tragedia di Terri Schiavo. Una volta certe cose ci volevano vent’anni perché arrivassero in Italia. Adesso eccoci qua, con un’eutanasia un po’ bestiale, senza neanche una legge sul testamento biologico, un passo avanti a Zapatero. Cosa ne pensi?Quello che avevo da dire l’ho detto. Sono cristiano, per me la vita è sacra, è un dono di Dio, è un bene di cui non posso disporre come voglio. Dopo di che ci sono due aspetti che secondo me sono troppo poco sottolineati. Primo: il padre che ha voluto porre fine alla vita di questa donna non si accorge che non è solo. Perché le suore l’hanno sempre assistita e dicevano che erano disposte a continuare ad assisterla. Quindi l’atteggiamento di papà Englaro, consapevolmente o meno, ha negato la vita della figlia e la carità di chi l’assisteva. Ma negare la carità è negare la libertà. È l’impronta tremenda di questa società, negare la libertà di amare. Perché, vedi, io potrei capire uno a cui tocca accudire sua figlia nel modo in cui doveva essere accudita Eluana. Posso capirlo, anche se non giustificarlo. Però, che uno neghi il bene che un altro può fare mi sembra proprio disumano. Secondo aspetto. I sostenitori dell’eutanasia sono generalmente anche i sostenitori del dubbio, i cosiddetti “laici”, mentre noi cattolici, sempre secondo questa versione di laicità, saremmo quelli che vorrebbero imporre la loro fede e le loro certezze agli altri. Questa vicenda rivela esattamente il contrario. Di fatto, da una parte viene negata ogni possibilità di dubitare e si afferma la fede certa di che cosa fosse il bene per Eluana. Dall’altra il dubbio e quindi il senso del limite davanti al mistero. Di fatto i sostenitori dell’eutanasia negano ogni possibilità di dubitare su quello che questa donna comprendeva, sentiva, soffriva. E che avrebbe potuto comprendere, sentire e soffrire mentre la uccidevano staccandole il sondino dell’acqua e delle altre sostanze nutritive. Insomma, si sa così poco che per ucciderla hanno dovuto sedarla. Un trattamento che evidentemente dice che i dubbi c’erano. E invece sono andati avanti. Questo atteggiamento mi ricorda la lettera che una signora scrisse al Corriere della Sera per contestare la posizione del professor Giorgio Pardi, medico abortista che poi ho saputo cambiò opinione pochi mesi prima della sua morte (vedi intervista a Tempi del 5 ottobre 2006, ndr). Pardi sosteneva di non sapere se l’embrione avesse o no dignità umana. Ma questa, gli replicò la donna, è la stessa posizione del cacciatore che sente qualcosa che si muove in un cespuglio e, pur non sapendo se si tratti di una lepre o di un bambino, spara lo stesso.

E di Jannacci che dici?
Buon sangue non mente. Dalle sue canzoni traspare una grande umanità. L’assistenza agli ammalati non è cominciata perché li si sapesse curare. Ma è stata fondamentale per arrivare a curarli. Se sotto l’impulso della “carità” e della pietà cristiana non fossero nati luoghi di accoglienza per i malati (anche per quei malati, come i lebbrosi e gli appestati che una volta venivano semplicemente espulsi dalla comunità e lasciati morire ai margini della società), se non fossero nati gli ospitali e poi gli ordini ospedalieri, la medicina non si sarebbe sviluppata nel modo che conosciamo. È un fatto che lo sviluppo della medicina è cominciato dalla carità e dalla pietà, dalla solidarietà umana, non da un moto scientifico. E da una solidarietà che ha iniziato a vedere la sofferenza umana come partecipazione alla sofferenza di Cristo. Cristo che poi redime tutta la sofferenza umana con la sua resurrezione (poiché come scrive san Paolo, se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede, cioè umanamente non potremmo avere speranza davanti alla sofferenza – come ha detto Benedetto XVI, il cristianesimo sarebbe “assurdo”) togliendo così alla morte l’ultima parola. È questa consapevolezza che ha fatto muovere positivamente nei confronti degli ammalati. Se manca, non so come si faccia a sostenere la speranza degli uomini. Shakespeare diceva che la vita è una lunga agonia. Proprio recentemente ho risentito la citazione che definisce la vita come una malattia trasmessa per via sessuale, mortale al cento per cento. È questa la nostra attuale concezione della vita? È questo che si è voluto affermare uccidendo Eluana Englaro? E poi: era in quelle condizioni da diciassette anni, possibile che non si poteva aspettare che il Parlamento approvasse una legge? Possibile che Eluana debba passare alla storia come l’unica italiana uccisa così, per fame e per sete, come nessuna legge, nemmeno la più estremista di quelle sul testamento biologico o addirittura eutanasiche che verranno discusse in Parlamento prevede? Possibile che a nessuno di questi illustri costituzionalisti che hanno consigliato il presidente della Repubblica a respingere il decreto salva-vita di Berlusconi sia venuto il dubbio che forse di incostituzionale c’era non il decreto, ma la sentenza di morte? La prevalenza della legge sull’amore, questo sì è grave.

Massima giustizia, massima ingiustizia. Ormai qui in Italia ci siamo abituati a certe cose. Non credi?
Distinguiamo, intanto, il rapporto legge-medicina e il cosiddetto “giustizialismo” che in effetti imperversa in linea generale ormai da più di un decennio. Quanto al primo corno della questione, è vero, i rapporti tra medicina e legge sono sempre più intensi. Per due ragioni. La prima è che dal punto di vista dell’evoluzione dei costumi di vita la biomedicina è il fattore più rilevante. Pensiamo a cosa hanno prodotto sulle legislazioni le tecniche di fecondazione assistita. Per esempio, fino a ieri era chiaro che “mater certa semper”. Adesso il detto latino e la realtà soggiacente, naturale, normale, scontata fino a qualche anno fa, non è più così chiara. Perché, grazie alla biomedicina, oggi un bambino può avere non una ma diverse madri. Può avere la madre genetica, la madre gravida e la madre nutrice. Insomma siamo entrati in un altro mondo. Ecco quindi la seconda ragione che rende sempre più stringenti i rapporti tra medicina e diritto: tutto questo sviluppo scientifico fa emergere la necessità che in qualche modo si traccino dei confini. Poiché non tutto si può fare, esiste la necessità di regolamentare la medicina, in quanto agli estremi di ciò che è permesso sta ciò che è obbligatorio e ciò che è proibito. Per rispondere al secondo corno della questione, il “giustizialismo”, il problema della legge è che sia ben amministrata e che l’esercizio del potere giudiziario non prevarichi sulle persone e sugli altri poteri. Altrimenti la democrazia si va a far benedire. Ecco, in Italia stenta molto ad esserci questo equilibrio. E come dicevo prima, non da oggi. Mi colpì molto, quasi vent’anni fa, l’aggettivo che don Giussani, in una intervista al Corriere della Sera, usò per descrivere l’Italia: paese “intossicato”. Da questa intossicazione non siamo ancora usciti.

Perché?
Perché con il ’68 è stata pesantemente attaccata la tradizione del paese, cattolica, poiché l’Italia è un paese cattolico, senza che sia emersa un’alternativa. Anzi. L’alternativa rivoluzionaria che anche in Italia si è cercato di costruire a partire dal Dopoguerra e che nel ’68 sembrò a portata di mano, è crollata con il crollo del Muro di Berlino. Ha lasciato in eredità un giustizialismo tanto pervasivo quanto impotente, con la stessa crudele inefficienza della pubblica amministrazione. Mi ha impressionato che l’ex ambasciatore americano Ronald Spogli, lasciando l’Italia, ha parlato di noi come di una «potenza in declino». E pare che nessuno dei presenti abbia reagito… Intendimi, io non penso che sia finita, anzi.

Non è finita perché ti auguri che prima o poi arrivi una religione civile anche da noi?
No. Non è finita perché io faccio un’esperienza umana significativa. E poi perché ci sono tanti amici che la fanno con me. Perciò, la mia speranza è fondata su quel che c’è, non sul fatto che domani capiti qualche cosa che adesso non c’è.

Niente religione civile, quindi?
Il problema è serio. Uno Stato, la sua costruzione come compromesso o accordo tra le sue varie componenti, ha bisogno di un riconoscimento di qualcosa di comune. I padri degli Stati Uniti d’America, nella Dichiarazione d’Indipendenza scrissero «riteniamo che alcune verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali; che dal loro Creatore sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili; che fra questi ci siano la vita, la libertà, il perseguimento della felicità». Noi di comune, a fondamento della nostra Costituzione, abbiamo che «l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro». È un po’ poco.

Allora ha ragione il teologo Vito Mancuso, secondo il quale i cattolici devono portare in dote alla società il seme della loro identità che marcisce nella terra e fa fruttificare, insieme agli altri semi marciti, una nuova religione civile. È così?
No, il seme che marcisce è per dare una certa pianta, quella pianta, non una qualsiasi, dal cui frutto si riconoscerà se è buona o no. Gesù dice che siamo un lievito, non un soluto. Il cattolicesimo è una religione universale, non civile. Però, tenere presente il cattolicesimo, come dimostra la stessa vita della Chiesa cattolica in ogni parte del mondo, aiuta le civiltà a mettersi insieme invece che farsi la guerra. La persecuzione dei cristiani e della Chiesa cattolica è un po’ una cartina tornasole. Facci caso, dove perseguitano cristiani e Chiesa cattolica, poco o tanto, c’è persecuzione del popolo.

Sarai razzista, denuncerai anche tu i clandestini, visto che per decreto adesso i medici possono (non “devono”) farlo?
Il medico, prestando soccorso, compie un atto di compassione e umanità, che non ha come scopo la denuncia ai carabinieri. Se però vede una meningite, uno stupro, un infortunio sul lavoro, deve denunciare fino al livello penale, per proteggere l’ammalato e la società. E questo lo deve fare sia che si tratti di connazionali sia che si tratti di clandestini. Questi ultimi, poi, ovviamente non sono assicurati. Pertanto per prestazioni assistenziali, almeno quelle di una certa entità, si deve fare denuncia o richiesta alla pubblica amministrazione. Mi pare che sulla nuova legge si sia fatto molto clamore per nulla.

Giuliano Ferrara. Continui a seguirlo, nonostante le vostre passate divergenze strategiche sulla “lista pazza”?Sempre. È una delle persone che stimo di più. Ma non tanto per le sue battaglie per la vita, contro la Ru486 eccetera, che ovviamente condivido. Ma perché fa un giornale che insegna a ragionare, che pone le questioni, che sostiene la curiosità e la conoscenza di come stanno sul serio le cose. Infatti ai ragazzi dico sempre che se vogliono leggere un giornale devono leggere Il Foglio. E Tempi, si capisce. Ma il quotidiano da leggere è Il Foglio. Chiaro che sono con lui nelle battaglie per la vita contro il nichilismo dell’epoca. Ma è quando le butta in politica e poi perde che mi dispiace. Noi queste esperienze le abbiamo fatte oltre trent’anni fa, col divorzio e poi con l’aborto. E non è che si era messi peggio di oggi. Al contrario. Allora, penso al referendum sul divorzio, non c’era una lista pazza. C’era la Democrazia cristiana, Amintore Fanfani, la Chiesa, le parrocchie e tutti si aspettavano un trionfo con milioni e milioni di voti. Poi ci fu l’aborto, una cosa gravissima, tutti convinti che sulla vita la gente avrebbe votato bene, secondo coscienza. E invece niente, le abbiamo perse tutte le cosiddette battaglie etiche. Il referendum sulla legge 40 l’abbiamo vinto per l’astensione, non perché c’è stato un moto popolare di convinzione. La verità non si mette ai voti, si afferma e basta.

E allora che cosa fai? Ti ritiri dallo spazio pubblico?
Niente affatto. Però cerco di non andare a schiantarmi contro un muro quando vedo il muro davanti a me.

Giancarlo, il 22 febbraio corre il quarto anniversario dalla morte di don Luigi Giussani? Ti manca il don Giuss?
Sì, Giussani mi manca. Era uno su cui mi appoggiavo. Però c’è anche da dire una cosa: ci ha lasciato molto. Ci ha lasciato la possibilità di andare avanti. In questo senso è stato un vero maestro. Perché ci ha fatto fare un’esperienza. Un’esperienza che dura, che va avanti, che continua. Insomma, ci ha lasciato una speranza.

Una recente nota divulgata dalla segreteria di Stato vaticana sulla drammatica sequenza di polemiche iniziata con le dichiarazioni negazioniste del vescovo lefebvriano Richard Williamson arriva a dire esplicitamente che il prelato «per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah, non conosciute dal Santo Padre nel momento della remissione della scomunica». La nota, insomma, lascia intendere di un papa molto provato dagli attacchi alla sua persona e alla Chiesa. «Il Santo Padre chiede l’accompagnamento della preghiera di tutti i fedeli». Ma non ti sembra che, al di là del caso Williamson, il papa di Ratisbona e delle lezioni di razionalità, cultura, affetto, sia come sottoposto all’offensiva di un’ostilità preconcetta e militante, quasi come se poteri fuori e dentro la Chiesa si sentissero minacciati e quindi puntassero a depotenziare, indebolire, intimidire, la potenza affettiva e veritativa di questo pontificato?
Sì, sembra che gli rispondano con minor simpatia di quello che ci si aspettava. Però non è solo il caso di questo papa. Succede a tutti i papi. Chi più, chi meno. È successo anche al suo predecessore, Giovanni Paolo II. Noi abbiamo in mente le folle oceaniche ai funerali di Wojtyla. Ma non dimentichiamo gli attacchi che subì per molti anni, fuori e dentro la Chiesa, le critiche feroci. Una volta perché era un conservatore, un’altra perché era amico di Solidarnosc, un’altra ancora perché la pensava un po’ come Reagan e via discorrendo. Tutto ciò non succede perché siamo nel 2009 piuttosto che nel 1985. Succede perché, come diceva Eliot, la Chiesa – e il suo sommo rappresentante – è tenera dove gli uomini vorrebbero essere severi e severa dove gli uomini sarebbero teneri. E questo è un atteggiamento che gli uomini fanno fatica ad accettare.

sabato 7 febbraio 2009

Statuto del Circolo San Bernardino


STATUTO DELL'ASSOCIAZIONE
CIRCOLO SAN BERNARDINO



Art. 1. Nome e sede

Con il nome “Circolo San Bernardino: per la diffusione del pensiero cristiano- liberale”

è costituita un’Associazione ai sensi dell’art. 60 e s.s. del Codice Civile Svizzero. Dell’Associazione possono far parte tutti i cittadini residenti in Ticino indipendentemente dalla loro nazionalità.
L’ Associazione avrà sede:
via Pedmunt 29 A 6513 Monte Carasso


Art. 2. Scopo :

Promuovere la cultura e la tradizione cristiano-liberale dell'azione umana in generale e in particolare in economia e in politica.

Nel disordine e smarrimento attuale a livello di soluzioni buone per affrontare il presente e il futuro, nonché a fronte del relativismo di idee e valori nel quale siamo immersi; per una risposta costruttiva a queste situazioni e per contribuire al bene comune, il Circolo San Bernardino si attiva a tener desta la necessità educativa sui principi cristiano-liberali. A tale scopo l'Associazione segue quattro intendimenti:

1. Conservare e divulgare la storia, la conoscenza e la tradizione maturata nei secoli che deriva dall'approccio cristiano-liberale alla realtà
2. Difendere le conquiste della tradizione cristiano-liberale che hanno reso e rendono grande l'Occidente
3. Promuovere le idee e le esperienze che aggiornano, rinnovano e rilanciano la tradizione cristiano-liberale nell'affrontare le situazioni del vivere comunitario presente e futuro
4. Concorrere nel dibattito e nella formazione delle opinioni per la soluzione di problemi puntuali d'ordine politico ed economico, partendo dalla ricchezza di metodo e di contenuto propria al patrimonio di pensiero ed esperienza cristiano-liberale
L ‘ Associazione può avere intese di collaborazione con altre Associazioni o gruppi , anche partitici , al fine di rendere operativi i principi che la ispirano.

L'associazione non ha alcun carattere partitico o religioso.

Art. 3. Mezzi e contributi sociali

Per il conseguimento degli scopi sociali l’Associazione si finanzia tramite il prelevamento delle tasse sociali, le stesse sono stabilite annualmente dal Comitato direttivo e con contributi volontari.

Art. 4. Soci – Ammissione

La possibilità di richiesta di ammissione e di appartenenza implica l’accettazione completa degli scopi, degli ideali e delle finalità dell’Associazione. L’adesione avviene con il versamento della tassa sociale.

Art. 5. Cessazione dell’appartenenza

La cessazione dell’appartenenza all’Associazione può avvenire per dimissioni, esclusione o decesso.
Qualora un socio decide di inoltrare le dimissioni, le stesse devono essere preannunciate almeno sei mesi prima della fine dell’anno solare ( art. 70 CCS)
tramite lettera raccomandata al Presidente dell’Associazione e per esso al Comitato direttivo.


Art. 6. Esclusione

Un membro può essere escluso dall’Associazione in ogni momento anche senza fornirne il motivo. Il comitato direttivo delibera in merito all’esclusione; il membro può presentare ricorso all’Assemblea generale.

Art. 7. Organi

Gli organi dell’Associazione sono:

- L’Assemblea
- Il Comitato direttivo
- La Commissione di revisione


Art. 8. Assemblea

L’Assemblea sociale è l’organo superiore dell’Associazione, essa è convocata, in forma ordinaria, dal Comitato direttivo,una volta all’anno . L’Assemblea può essere convocata in forma straordinaria a discrezione del Comitato direttivo o qualora sia stata richiesta da almeno due terzi dei soci tramite richiesta scritta al Comitato direttivo con un preavviso minimo di 15 giorni.
L’Assemblea elegge il Comitato direttivo, approva i conti e l’attività del Comitato direttivo, modifica gli statuti e decide l’eventuale radiazione dei soci.

Art. 9. Comitato direttivo

Il Comitato direttivo ha il diritto ed il dovere di curare gli interessi dell’Associazione e di rappresentarla secondo le finalità e le facoltà previste dagli statuti.
Il Comitato direttivo è composto da 3 a 7 membri eletti ogni 3 anni dall’Assemblea. Nomina al proprio interno un Presidente così come può attribuire a ciascun membro compiti specifici. Decide a maggioranza dei membri.


Art. 10. Firme.

L’Associazione è vincolata dalla firma collettiva di due membri del Comitato direttivo.

Art. 11. Responsabilità

Per i debiti dell’Associazione risponde solo il patrimonio dell’Associazione. E’ esclusa la responsabilità personale dei soci.


Art. 12. Commissione di revisione

La commissione di revisione, se eletta, si compone di due membri , rieleggibili, nominati dall’Assemblea e rimangono in carica 3 anni.


Art. 13. Scioglimento

Lo scioglimento dell’Associazione può essere pronunciato dall’Assemblea, in ogni tempo. L’Assemblea appositamente convocata, può decidere lo scioglimento con la maggioranza dei 2 / 3 dei soci presenti. Il patrimonio dell’Associazione può essere devoluto ad un’istituzione che persegue stesse o simili finalità od a un ente di beneficenza e ciò su decisione assembleare.


Art. 14. Norme finali

Per quanto non contemplato nel presente statuto fanno stato le norme in materia di Associazioni, previste dal Codice Civile Svizzero Art. 60 e ss.


Art. 15. Entrata in vigore

Il presente statuto è stato accettato nell’ambito dell’assemblea costitutiva del 2 febbraio 2009 e sono entrati in vigore in tale data.



Allegato: documento integrativo dello statuto "Perimetro del Circolo san Bernardino"